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Il Giocatore da Torneo

Scritto da Super User. Postato in Psicologia




IL GIOCATORE DA TORNEO

C’è chi è fin troppo competitivo e chi, al contrario, appare eccessivamente rinunciatario. Chi sa vincere e mettersi in gioco e chi, invece, ha così tanta paura della sconfitta da non osare mai per timore di perdere tutto, anche..la faccia.


Di Umberto Longoni

Nelle cose della vita, e soprattutto nel tennis, in fondo ognuno porta sempre se stesso, con tutti i pregi e le debolezze. Ma il bisogno è sempre quello: vincere, più che partecipare. C’è qualcuno che venderebbe l’anima al diavolo pur di conquistarsi una coppetta di latta , fosse pure quella del “doppio giallo”. Insomma, il torneo è tutta altra cosa rispetto alle solite sfide. Già la parola, “torneo”, incute rispetto e soggezione al tennista medio, perché pochi dei tennisti di club sanno competere nel modo giusto, rimanendo concentrati, tranquilli, dando il massimo di quanto siano capaci in quel momento, senza la paura di perdere che li contragga o quella di vincere che li blocchi sul più bello. Pochi, dicevo, sanno gestire le immancabili ansie che fanno parte del gioco senza “sciogliere” , senza trovarsi comodi alibi, senza diventare il carnefice di se stessi. Chi prende il torneo come un esame o come la macchina della verità che sancirà il vero valore del tennista, è spesso destinato a soccombere tra i flutti di un mare d’ansie o di incertezze.


Chi invece sa viverlo come un momento bello e gratificante ma “normale” che, indipendentemente dal risultato,  faccia parte del  percorso di miglioramento di un giocatore, ha qualche possibilità in più di esprimersi compiutamente nel torneo e di godersi il piacere di competere. Quindi non sbagliano i bravi maestri che spingono i loro piccoli agonisti a giocare tornei, perché sanno che ogni cosa della vita e dello sport è allenamento: così li abituano a confrontarsi, alla gioia della vittoria e alla delusione della sconfitta, trasmettendo il messaggio che vincere e perdere è “normale” nel tennis Casomai sbagliano i cattivi maestri che danno troppo peso alla vittoria e quei genitori che considerano come un evento catastrofico una brutta figura del loro bambino o lo esaltano, esageratamente, quando conquista una medaglietta.

Ma come si gioca un torneo, con quale spirito e disposizione d’animo? Si può ancora imparare l’atteggiamento giusto anche quando l’età non sia più verdissima? Forse sì: tutto è possibile. Ci si può allenare mentalmente alla competizione , alla vittoria e alla sconfitta, senza stravolgere la propria natura, senza cambiare pelle come un serpente ma, semplicemente, partendo dai propri limiti e dalle proprie risorse: perché spesso la differenza tra chi vince e chi perde, se i valori in campo non sono troppo diversi, è proprio soltanto questione di testa.