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La statura del tennista

Scritto da Super User. Postato in Psicologia




LA STATURA DEL TENNISTA

 

 

Di Umberto Longoni

 

Vorrei farvi riflettere sul fatto che i giocatori hanno una statura interiore che spesso non corrisponde a quella visibile. Chissà quante volte avrete visto tennisti grandi e grossi, che nei palleggi preliminari spaccano il mondo: pim, pum, pam. Allora vi dite: “E chi li batte mai?”. A volte la risposta l’avrete poco dopo, osservando la loro partita: li batte chiunque abbia un po’ di sale in zucca e sappia tenere un paio di scambi . Al contrario ce ne sono altri a cui, guardandoli da fuori, verrebbe voglia di regalare un manuale di tecnica per principianti: non possiedono un colpo decente. Tuttavia la buttano sempre di là , giocano con intelligenza, colgono ogni piccola occasione e così sfiancano anche un rinoceronte. Dunque a volte i giganti si rivelano nani, e i nani...giganti. Tutto dipende dal fatto se il cervello funzioni verso l’alto, dominando la situazione, o verso il basso, come quello di chi si faccia coinvolgere da viscerali paure. Insomma, come ho scritto in un mio libro “I sette passi della corsa” ( Rizzoli Editore), bisogna lasciare libera la “mente che corre”, quella che ci spinge ad esprimere il meglio, a sognare e a desiderare, bloccando invece la “mente che frena”, ovvero la parte di noi dove si nascondono dubbi, insicurezze, paure e dove abita il nostro irriducibile avversario interno.

Il gigante e la sindrome di “Gulliver”

 

E’ proprio vero: si è giganti dentro, più che nell’effettiva statura. Chi lo è, sa mostrarsi tenace, coriaceo, capace di non perdersi mai d’animo e di affrontare qualsiasi avversario vendendo cara la pelle, con spirito di sacrificio, disposizione d’animo a soffrire e con tanta umiltà: pur conservando un elevato livello di autostima. Ma è proprio questo il punto. Se l’autostima fosse troppa e l’umiltà poca? In tal caso si scivolerebbe in ciò che definisco ‘sindrome di Gulliver’, ovvero in un’esagerata considerazione di se stessi, superiore agli effettivi meriti e alle proprie reali possibilità. Il gigante allora, tornerebbe nano, esibendo finte sicurezze che alla prova dei fatti, contro avversari che gli danno filo da torcere,  potrebbero sciogliersi come neve al sole. Purtroppo il falso gigante , cerca subito le cause dei suoi cedimenti non dentro di sé, ammettendo le proprie lacune psicologiche, ma sempre fuori di sé:  gli alibi, infatti,  non gli mancano mai. Se sul vostro cammino incontrate un gigante di questo tipo, ricordate che ha i piedi di creta: basta poco per incrinare la sua fiducia e per spegnerne l' aggressività.

Il nano e la sindrome di Pollicino

 

Qualsiasi sia la sua statura, il tennista nano si sente sempre piccolo in campo: per lui, gli altri sono immensi. Ebbene il tennista nano quando perde, a differenza del gigante, si crea un altro tipo di alibi. Infatti, ogni volta trova la causa della sconfitta dentro di sé , ma raramente la imputa alla sua fragilità psicologica: gli viene più facile colpevolizzare le proprie lacune tecniche, fisiche o i  colpi mancanti.

Dunque sia i tennisti nani, sia i giganti, sono le due facce di una medesima medaglia: i primi presentano una ridotta autostima, i secondi hanno una stima di sé gonfiata, proprio perché  evidenziano molte falle nelle proprie sicurezze. Allora, come al solito, il giusto equilibrio sta nel mezzo: meglio cercare di raggiungere una ‘statura interiore’ né troppo alta, né troppo bassa.